🧔 Maschile, quasi

La nebbia e l'arcobaleno

Ho passato i primi diciannove della mia vita avvolto nella nebbia. Non quella meteorologica, che in Pianura Padana è già una costante, ma quella esistenziale: una coltre grigia che cancella i colori, appiattisce le identità e ti fa sentire invisibile. Se sei queer, poi, la nebbia diventa una prigione a cielo aperto, dove il cielo non si vede mai e l’orizzonte è sempre un muro di pregiudizi. Una volta un mio amico di Milano mi ha chiesto: "Ma in provincia non si respira?" Io ho risposto: "Si respira, ma si vive in apnea."


La provincia è un luogo dove non esisti se non rientri nello schema. Sei o il figlio del contadino, o il figlio del commerciante, o il figlio del sindaco. Punto. Non ci sono sfumature, non ci sono eccezioni. Sei un pixel grigio in un’immagine a 8 bit, e se provi a colorarti di arcobaleno, la nebbia ti inghiotte. Ricordo ancora il primo Pride a cui ho partecipato. Era a Torino, e io, abituato al grigio della provincia, mi sono trovato sbalordito di fronte a tutte quelle bandiere, quei colori, quella libertà. Mi sentivo come un fantasma che finalmente vedeva la luce. Ma poi, tornando a casa, la nebbia mi ha di nuovo inghiottito. E con lei, la sensazione di essere tornato a essere invisibile.


Poi c’è il Natale. Tavola imbandita, parenti che mangiano come se non ci fosse un domani, e zia Daniela che, tra un boccone di panettone e l’altro, mi fissa con quel sorriso che sa di domande scomode e mi chiede: "Allora, quando ci porti la fidanzatina?" Io, con la bocca piena di torrone e l’anima piena di ansia, rispondo con un vago: "Eh, zia, vediamo…" Lei, imperturbabile: "Ma dai, che sei un bel ragazzo! Devi solo trovare quella giusta!" Traduzione: "Devi trovare una ragazza, perché altrimenti non sei normale." E io, in silenzio, penso: "Se solo sapessi, zia, che la ‘quella giusta’ non esiste, e che il problema non sono io, ma il tuo concetto di ‘giusto’."


E poi ci sono le battute. Quelle che ti arrivano addosso come coltellate, ma che devi ingoiare con un sorriso perché, in provincia, "si scherza". "Ma dai, non sarai mica uno di quelli lì?" detto con un sorrisino, come se fosse uno scherzo, ma con gli occhi che ti giudicano già. "Ma che ti piacciono gli uomini? " detto dal vicino di casa, mentre innaffia le piante e ti fissa come se fossi un alieno. "Ma che sei, un finocchio?" detto dal compagno di scuola, come se fosse un insulto, e tutti ridono, te compreso, perché non vuoi fare la figura del debole. Ogni volta, un taglio. Non fisico, ma dentro. E ogni volta, ti abituai a sanguinare in silenzio. Ma c’è una cosa che ho imparato: le ferite, se non le nascondi, prima o poi smettono di sanguinare.


I miei genitori non sono cattivi. Sono solo figli della loro epoca, della loro educazione, della loro nebbia. Mia madre, un giorno, mi ha detto: "Sai, io so che non sei come gli altri ragazzi… ma non capisco esattamente come." Traduzione: "So che sei diverso, ma non so come gestirlo, quindi facciamo finta che non sia così." Mio padre, invece, non ne parla. Mai. È come se non volesse vedere quello che non può capire. Ma ogni tanto, quando mi vede con la barba lunga o con un maglione non "da uomo vero", mi lancia un’occhiata che vale più di mille parole. Un’occhiata che dice: "Non ti capisco, ma ti voglio bene lo stesso." E in fondo, è già qualcosa.


Poi ci sono gli amici. Quelli che ti accettano, che sono pochi, ma preziosi. Quelli che ti dicono "Ma che problema c’è?" e ti fanno sentire normale. Quelli che ti rifiutano, che spariscono quando capiscono che non sei come loro, e ti fanno sentire solo. E poi ci sono quelli che ti sorprendono: quelli che, all’improvso, ti dicono "Anch’io sono come te" e ti fanno sentire meno solo. Ricordo ancora il giorno in cui Simone, il mio amico delle medie, mi ha detto: "Sai, anche io ho sempre saputo di essere diverso… ma non avevo il coraggio di dirlo." E in quel momento, la nebbia si è diradata un po’. Perché ho capito che non ero l’unico fantasma in quella pianura.


La provincia non cambia. La nebbia resta. Ma io no. Ho imparato che, anche in mezzo al grigio, io sono qui. E che, anche se la provincia non mi ha mai visto, io ho visto me stesso. E alla fine, l’arcobaleno ce l’ho io dentro. E non è solo rosa, blu e verde. È anche nero, per le volte che ho pianto. È rosso, per la rabbia che ho provato. È giallo, per le risate con gli amici che mi accettano. È viola, per la malinconia di chi non c’è più. È marrone, come la terra della Pianura Padana, che mi ha insegnato a essere forte.


La provincia è come la nebbia: ti fa sparire, ma non ti cancella. E se un giorno decidi di accendere un faro, scopri che il colore c’era sempre stato. E poi, zia Daniela, se mai leggerai questo post, sappi che non ho una fidanzatina. Ma ora ho una barba folta, un blog e una vita senza nebbia.

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