🧔 Maschile, quasi

La scuola, il bullismo e il turbine ormonale: come sopravvivere.

Andare a scuola in una città di provincia è un po’ come entrare in un film degli anni ‘80: tutti ti conoscono, tutti ti giudicano, e se non sei il protagonista, sei al massimo il personaggio comico. Peccato che, quando sei un adolescente queer, non c’è nulla di comico. Sei solo il ragazzo che deve nascondersi per non finire nel mirino di chi ha già deciso che non sei "normale".

La scuola, in provincia, non è solo un luogo dove impari la matematica o la storia. È un laboratorio di sopravvivenza. Imparavi a camminare con la schiena dritta (ma non troppo, sennò ti accusavano di essere presuntuoso), a ridere delle battute (anche se ti ferivano), e a fingere di essere qualcuno che non eri. Il bullismo, poi, era l’extra che non avevi chiesto. Non quello violento, non quello che ti lascia lividi sul corpo, ma quello subdolo, fatto di sguardi, risatine e domande a trabocchetto. * Frasi che, se le sentivi una volta, ti facevano sorridere. Se le sentivi tutti i giorni, ti facevano dubitare di te stesso.

E poi c’erano gli ormoni. Un turbine che ti girava in testa e ti faceva sentire tutto e il contrario di tutto nello spazio di cinque minuti. Un giorno ti sentivi fiero di te stesso, il giorno dopo convinto di essere sbagliato. Un giorno volevi gridare al mondo chi eri, il giorno dopo sparire dalla faccia della terra. Un giorno contento e sereno, il giorno dopo un lago di lacrime e morale a terra. E in mezzo, la consapevolezza che, in fondo, sapevi già chi eri, ma il mondo intorno a te non era pronto ad accettarlo.


Ma non era tutto grigio. C’erano loro: gli amici stretti. Quelli che, anche se non capivano fino in fondo, ti stavano accanto. Quelli che ti facevano sentire normale, anche se normali non eravate. E poi, la rivelazione: quel giorno in cui uno di loro, tra un compito in classe e l’altro, ti ha detto: "Sai, anche io mi sento così. Pensavo di essere l’unico." E all’improvviso, non eri più solo. Era come se qualcuno avesse acceso una luce in quella stanza buia. Non che la nebbia fosse sparita, ma almeno ci vedevi un po’ meglio.


E poi c’era la strategia di sopravvivenza: fingere. Fingere di ridere alle battute, fingere di non curarti degli sguardi, fingere di essere uno come gli altri. Ma ogni tanto, qualcosa scappava. Un gesto, una parola, uno sguardo. E allora il mondo ti ricordava che non eri come gli altri. Ma, paradossalmente, era proprio in quei momenti che iniziavi a capirlo davvero.


La scuola, in provincia, ti insegna due cose fondamentali:

  1. Che non sei sbagliato. Sei solo diverso. E la diversità, in un mondo di copioni, è l’unica cosa che conta davvero.
  2. Che gli ormoni passano, ma la consapevolezza resta. E che, alla fine, valeva la pena ogni momento di dubbio, ogni lacrima nascosta, ogni risata forzata. Perché quello che eri allora – confuso, spaventato, ma autenticoti ha portato a essere chi sei oggi.

E ora, quando ripenso a quei giorni, non li odio. Anzi, in un certo senso, li ringrazio. Perché se non fosse stato per il bullismo, per gli sguardi, per le domande, non avrei imparato a essere forte. E se non fosse stato per gli amici, per le risate, per le confidenze, non avrei imparato a essere me stesso.


P.S. Se anche tu hai passato gli anni della scuola a fingere, nasconderti e dubitare, sappi che non eri solo. E che, alla fine, la nebbia passa. E quando passa, scopri che il sole c’era sempre stato. Magari nascosto dietro una nuvola, magari dietro una barba folta, ma c’era. E c’è ancora.

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